Vita è
Otto anni fa l’aborto. Oggi “il dolore resta. Ma ci sei tu
Oggi ho proprio toccato il fondo. Due notti fa, senza alcun motivo, ho vomitato da mezzanotte alle quattro. Ed in questi due giorni ho pensato che era un segnale, un modo del mio bambino di dirmi che devo smettere di essere così carica di rabbia, che è ora di rasserenarmi perché c’è lui. Così oggi uscendo dal lavoro ho comprato un test di gravidanza al supermercato e l’ho eseguito. Chiaramente negativo. Per cui oggi ho toccato il fondo. Ho bisogno di parlare. Da quando ho abortito, e a settembre saranno otto anni, ho smesso di parlare. Ho smesso di esprimere tutto quello che mi passa dentro, nel cuore e nella testa. In parte perché ogni volta che vorrei farlo poi capita qualcosa che mi fa cambiare idea, in parte perché non sono sicura mai che chi mi sta di fronte possa veramente comprendermi. In parte perché è così difficile aprire il cuore che sta chiuso in una morsa da quel giorno. Alla domanda degli altri «Come va?» la risposta è sempre «Tutto a posto». Oppure parlo di lavoro. Ma di quello che ho dentro, che mi opprime il cuore, mai. Da qualche mese il figlio di Franco, Paolo, è venuto a vivere da noi. Ogni volta che lo vedo penso al figlio che non ho voluto perché mi sono fatta convincere che gli avremmo fatto del male. Ogni volta che guardo Franco avere un gesto di attenzione verso il figlio, penso che il mio, di figlio, non l’ha voluto. E mi cresce una rabbia dentro che faccio fatica a gestire. E che esplode in scenate per il lavandino del bagno sporco o per altre fesserie simili. Sto seriamente pensando di dir loro di andarsene. Sto perdendo di umanità, di comprensione e divento cattiva, nei pensieri, nelle azioni. Nell’animo. Come se quella scia di morte attivata con l’aborto mi avesse completamente risucchiata e avvolta. Non c’è riscatto, sai? Neanche ora che sto facendo volontariato per la vita, neanche quando Maria e poi Anna hanno scelto alla fine di non abortire. Ma i figli che nascono sono figli di altre donne. E per quanto io cerchi di uscire da questa spirale di morte e dolore, non ci riesco. È come stare nelle sabbie mobili. Più mi agito e cerco di uscire, più vi affogo. Anche se simulo bene. Eppure, per lui, quello che abbiamo fatto non è nulla. D’altronde noi avevamo la scusa di aver preso provvedimenti quando ci siamo messi insieme, non siamo stati superficiali e sconsiderati. Si chiama fatalità, o anche calcolo delle probabilità. Un po’ come quando giochi al lotto. Peccato che chi ci è andato di mezzo è stato un innocente. Una innocente. Perché io so che era una bimba. Non chiedermi come faccio a saperlo. Lo so. Guardo latua foto sul ripiano della libreria. Hai 41 giorni da che io e tuo padre ci siamo amati. Mi guardi con quell’abbozzo di occhi chiusi e la tua minuscola bocca mi sorride. Ci sei veramente, dopo tanta attesa. Il primo pensiero quando ti ho visto lì, nel monitor dell’ecografo, è stato per lei. Se l’avessi vista otto anni fa, così come vedo te ora, non avrei buttato via la mia bambina, non avrei avuto così paura di scegliere la vita. Le avrei detto quello che ho detto a te:
“Tieniti stretto alla mamma, non avere paura.
Staremo vicini vicini per nove mesi e non ti capiterà nulla. Te lo dirò io quando sarà il momento di staccarti. Per ora abbracciami forte”.
Siamo uniti ora come non saremo mai più per tutto il resto della nostra vita. E io ti devo ringraziare perché hai risvegliato il coraggio sopito, mi fai scoprire la pazienza mai posseduta, mi fai provare il desiderio di essere una donna migliore. All’ecografia di qualche giorno fa le tue manine si muovevano. Mi salutavi. Ti parlo a voce alta, raccontandoti le cose di tutti i giorni. Ma di più ti parlo con la mente. Io e tuo padre ti abbiamo dato la vita, ma la verità è che tu hai ridato la vita a me, morta otto anni fa insieme alla tua sorellina, risucchiata nell’anima come lei da quella ventosa. Dentro di me penso che è stata lei a mandarti, che è il suo modo per dirmi che mi ha perdonata anche se io non riesco a farlo. Tanti genitori sognano i loro figli belli, perfetti, intelligenti e tanto altro. Io spero che tu sia un essere umano buono e onesto. Ma soprattutto spero di essere una mamma “spaziosa” e in ascolto, spiritosa e coerente. Tu sei avvantaggiato, conosci già il mio sapore, la mia voce quando sono allegra o incavolata, il mio odore, i miei umori. Io di te dovrò scoprire tutto. Lei non c’è più e il dolore resta. Ma ci sei tu, nuova vita e amore. Il miracolo più grande non è che noi abbiamo deciso di avere un figlio e ci siamo riusciti. Ma che tu abbia scelto noi come genitori, che tu voglia me come la tua mamma. Stai quieto dentro me ancora un po’, a primavera sboccerai come un fiore.
■ CASSANDRA







