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Siallavita

 Si alla Vita
Aprile 2012

Editoriale di Carlo Casini

La questione più grave scaturita dalla morte di 94 embrioni al S.Filippo Neri non è certo quella di migliorare il controllo delle attrezzature tecniche di crioconservazione, ma, piuttosto, quella di come riparare la falla provocata dalla Corte Costituzionale nella struttura della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Nel contesto del far west procreatico antecedente e della prevalenza della cultura "abortista" nella maggioranza parlamentare, gran merito della legge fu quello di aver fissato come suo obiettivo non solo il superamento della sterilità di coppia, ma anche la tutela del concepito artificialmente chiamato alla vita, qualificato dall'art. 1 come soggetto, titolare di diritti alla pari degli adulti coinvolti nelle nuove tecniche.
Attesa la impraticabilità politica di vietare ogni forma di fecondazione in vitro (Fivet) il legislatore tentò di garantire che ad ogni figlio della provetta venisse lasciata una qualche possibilità di vita mediante il suo immediato trasferimento nel seno materno. Il divieto di generazione soprannumeraria fu giustamente visto come la difesa avanzata del suo diritto alla vita nella situazione di pericolo causato in ogni caso dalla Fìvet, ma aggravato quando l'embrione resta nelle mani di chi può selezionarlo, buttarlo via, sottoporlo a sperimentazioni distruttive, congelarlo.
Al fine di consentire il controllo la legge fissò nel numero di tre il massimo di embrioni generabili in un ciclo, non perché se ne dovessero sempre generare tre, ma perché, ferma restando la opportunità di generare un numero inferiore -uno o due-, una gravidanza trigemellare, adeguatamente seguita, può comunque giungere ad esito completamente positivo.
La breccia aperta dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 151 del 15 maggio 2009 ha di-
strutto il limite dei tre embrioni e, conseguente-mente, per evitare la morte immediata di quelli non trasferiti, ha dovuto ampliare la possibilità dei congelamento, prima ristretta al caso della morte o di una malattia della madre intervenuta dopo il concepimento del figlio. I difensori della legge hanno tentato di ridurre il danno con una interpretazione benevola: poiché la Corte ha consentito la produzione soprannumeraria per cause mediche e qualora appaia "strettamente" necessaria, hanno pensato che la breccia fosse piccola.
Ma, in realtà, è enorme, non solo perché di fatto rimettersi alla scelta del medico significa rendere incontrollabile il limite, ma soprattutto perché la causa medica consiste nella opportunità di non dovere ricorrere più volte al prelievo di ovociti nel caso (frequentissimo) che nessun embrione si impianti al primo tentativo. Ci vogliono, perciò, degli embrioni "di scorta" o "di riserva", destinati in maggioranza alla morte.
Come si vede la breccia è enorme perché attacca l'idea portante della legge. Bisogna, dunque, riflettere su come ripararla. In Parlamento è stata presentata una proposta per consentire la "adozione prenatale" di embrioni abbandonati.
E' una idea che il Movimento per la vita ha elaborato e proposto. Essa si fonda sul presupposto che i concepiti sono esseri umani, cioè minori in fase precocissima, che hanno come i già nati, diritto alla famiglia e prima ancora, diritto alla vita.
Lasciati a 196 gradi sotto zero anziché nel calore naturale sotto il cuore della madre, essi sono "abbandonati" nel modo più estremo. Ma il testo presentato alla Camera suscita l'opposizione ferocissima delle sinistre e perplessità nel c.d. "mondo cattolico", cosicché l'emendamento fu respinto e non più ripresentato.

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