| Movimento per la Vita - Torino |
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Siallavita

 Sì alla Vita
luglio-agosto 2009

Editoriale

Il collegamento tra bioetica e questione sociale è divenuto sempre più evidente nella dottrina sociale della Chiesa. Più volte ho citato il grido di Paolo VI in occasione del 30" anniversario Onu: "Uomini! Uomini della maturità del secolo XX voi avete scritto nelle vostre carte gloriose il documento della vostra maturità umana se quelle carte sono vere, ma voi avete lasciato ai posteri la prova della vostra ipocrisia se quelle carte sono false: il metro è nell'equazione tra vera pace e dignità della vita".
Personalmente ho sempre trovato molto toccante il parallelo proposto da Giovanni Paolo II nella Evan-gelium vitae tra la questione operaia, che alla fine dell'Ottocento ispirò la grande enciclica di Leone XIII Rerum Novarum e la questione attuale del diritto alla vita. Come la attenzione alla categoria dei proletari "oppressi nel loro fondamentale diritto al lavoro" determinò la costruzione della moderna dottrina sociale della Chiesa e nuove forme di impegno civile dei cattolici, cosi oggi non può essere ignorata "un'altra categoria di uomini oppressa, addirittura nel fondamentale diritto alla vita". Insomma la "questione antropologica" è divenuta "la nuova questione sociale". Perciò l'Evangelium vitae non può essere considerata un documento sulla morale, ma, piuttosto, va annoverata nell'ambito delle encicliche sociali.
L'ultima enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veri-tate è certamente, a pieno titolo, qualificata come "sociale". Lo dichiara espressamente il Santo Padre ricollegandosi sia alla Rerum Novarum, sia alla Solleci-tudo rei socialis di Paolo VI. Il documento ha ricevuto riconoscimenti e lodi pressoché unanimi, anche su giornali normalmente critici verso il magistero della Chiesa. In effetti Benedetto XVI affronta in profondità tutte le tematiche più urgenti e gravi dell'attualità economico-sociale: il mercato, il profitto, la concorrenza, la globalizzazione, lo sviluppo, la demografia, il progresso scientifico e tecnologico, l'informazione, l'ecologia.
Mi colpisce che all'interno di ciascuna di queste problematiche, torni ricorrente il filo conduttore: la questione antropologica, in particolare il tema del di-
ritto alla vita dal concepimento alla morte naturale. Così la bioetica diviene un capitolo essenziale, non emarginarle, della dottrina sociale della Chiesa. Il nostro slogan che il diritto alla vita è "la prima pietra" e la "pietra di paragone" della intera costruzione civile trova la più autorevole delle conferme.
Come spiegare, allora, il plauso quasi unanime? È frutto di una distratta o superficiale lettura, oppure la complessiva argomentazione dì Benedetto tocca davvero le parti più profonde del cuore e della speranza umana? Mi piace supporre che sia vera la seconda alternativa. Se così è, occorrerà tornare a meditare a fondo, anche nell'impegno per difendere la vita, sul rapporto tra Fede e Ragione, sul concetto di laicità, sulla relazione tra tempo ed eterno, tra storia e salvezza, tra speranza civile e speranza teologale. Non è amputando il pensiero che si convince. Non comprimendo i gridi del nostro cuore. Valgono anche per la difesa della vita, anzi: soprattutto per la difesa della vita le parole conclusive della Caritas in ventate: "Solo un umanesimo aperto all'Assoluto può guidarci nella promozione e realizzazione dì forme di vita sociale e civile - nell'ambito delle strutture, delle istituzioni, della cultura, dell'ethos - salvaguardandoci dal rischio di cadere prigionieri delle mode del momento. È la consapevolezza dell'Amore indistruttibile di Dio che ci sostiene nel faticoso ed esaltante impegno per la giustizia, per lo sviluppo dei popoli, tra successi ed insuccessi, nell'incessante perseguimento dì retti ordinamenti per le cose umane. L'amore di Dio ci chiama ad uscire da ciò che è limitato e non definitivo, ci da il coraggio di operare e di proseguire nella ricerca del bene di tutti, anche se non si realizza immediatamente, anche se quello che riusciamo ad attuare, noi e le autorità politiche e gli operatori economici, è sempre meno di ciò a cui aneliamo. Dio ci da la forza di lottare e di soffrire per amore del bene comune, perché Egli è il nostro Tutto, la nostra speranza più grande".

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