EDITORIALE DI CARLO CASINI
Si è tenuto nelle scorse settimane un importante convegno dal titolo "La laicità in Italia". L'ambiente in cui si è svolto è quello dei cattolici impegnati nel Partito democratico, ma il tema è di oggettivo interesse per tutti i cattolici. E non solo per i cattolici.
Predomina infatti una concezione corrotta della laicità: l'idea che un pensiero, un progetto, una in-terpretazione siano "laici" se prescindono da qual-siasi criterio di giudizio valoriale, se, cioè, rifiutano ogni pretesa di verità e considerano il dubbio loro unico riferimento.
Sulla questione antropologica il muro di incomprensione tra "credenti" e non credenti è costruito per lo più con le pietre di questa falsa concezione di laicità. Le espressioni più banali e frequenti di una tale sbagliata definizione di ciò che significa pensare ad agire laicamente sono le frasi che impediscono alla radice la possibilità di un dialogo: "voi cattolici non potete imporre la vostra Fede agli altri"; "io non abortirò mai, ma non posso impedire agli altri di abortire".
Se vogliamo abbattere il muro dobbiamo, dunque, ritrovare - insieme - il concetto originario e nobile della laicità. E' una pre-condizione del dialogo. Con Cartesio potremmo dire che si tratta della preliminare questione del metodo.
Il tema investe, naturalmente, il rapporto tra Fede e politica ed evoca ferite antiche anche nel mondo cristiano e rischi anche attuali nel mondo mussulmano (e non solo). Le guerre di religione e le persecuzioni per motivi religiosi ne sono state e ne sono la manifestazione più drammatica.
L'idea "vera e nobile" della laicità si è andata formando nella storia come rimedio. Fondamentalmente essa afferma che una determinata comunità di uomini può vivere insieme, ed insieme lavorare, costruire, sperare indipendentemente dalla diversa visione religiosa. Ma questa idea non colloca il "Dubbio" invincibile sugli altari.
Lungi da essere forza unificatrice e pacificatrice, il rifiuto di ogni verità universale - la storia lo di-
mostra - produce la corruzione della libertà e con-seguentemente il prevalere degli egoismi fino alle più tragiche violenze. In realtà la laicità - cioè la capacità di vivere insieme - si fonda su due valori: la dignità umana e la ragione. L'uomo come necessario obiettivo comune di ogni convivenza civile e la ragione come mezzo comune per difendere e promuovere la dignità umana di ciascuno sono i due ineludibili elementi strutturali della "vera e nobile" laicità.
Si capisce allora che il riconoscimento dell'uguale significato di ogni vita umana, che è come dire il diritto alla vita, dal concepimento alla morte naturale, sta nel fondamento della laicità. La solenne conferma si ricava da quella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo ("universale" si sottolinea) che 60 anni fa laicamente (fu proclamata da popoli di tutte le fedi, non in Vaticano!) affidò ogni speranza civile (di libertà, di giustizia e di pace) ad un atto della mente (cioè della ragione): "il riconoscimento della uguale dignità di ogni essere appartenente alla famiglia umana".
Ma oggi l'utilitarismo per negare l'uomo "nelle fasi più emblematiche della esistenza umana, quali sono il nascere e il morire" (Giovanni Paolo II), piega la ragione alle esigenze deM'utile.
Appare così evidente che la lotta per il diritto alla vita è anche lotta per la laicità ed invoca il dialogo e l'unità, non la contrapposizione pregiudiziale.
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