EDITORIALE di CARLO CASINI Lettere al Popolo della Vita
Sono pienamente d'accordo con quanto scrive Mario Palmare sulla legge 194 nel suo libro "Aborto & 194. Fenomenologia di una legge ingiusta". Sì, è una legge ingiusta. Lo grido e lo schivo da trenta anni e l'ho sto ripetendo ancora nel volume che ho pubblicato con l'editce Cantagalli per ricordare il triste anniversario della legge: "A trent'anni dalla legge 194 sull'interruzione volontaria della gravidanza". Ma sono in serio disaccordo con Palmare sulla strategia per cambiare la legge. Sembra di capire che per lui l'essenziale sia insistere continuamente: "La legge! La legge! E' ingiusta, iniqua, falsa", lo credo, invece, che questa sottolineatura sia una conseguenza, non la radice della questione. Noi diciamo con tenacia e senza incrinature: "Un bambino! Un bambino! E' un essere umano, uno di noi, una persona!". "The man is a man" ripeteva sempre nelle sue conferenze in tutti i Paesi del mondo il grande scienziato francese Jerome Lejeune per riassumere tutti i suoi argomenti antiabortisti. Lo diciamo anche noi sfidando quelli della 194, i pro-choice, sul loro stesso terreno, quello dei diritti umani ("La prima sfida è quella della vita!"). Dispiace che una diversità di vedute sulla strategia sembri divenire nel libro di Palmaro una divisione sugli obiettivi di fondo. Il filo conduttore di tutto il testo è la critica di un presunto trasformismo che, attraverso successivi cedimenti avrebbe cambiato i "pro-life" in "neo pro-life" assai prossimi ai pro-choice, fino al punto che l'annuale giornata ecclesiale per la vita si sarebbe trasformata in "giornata per la piena applicazione della legge 194" (pag. 191). Il passaggio decisivo della metamorfosi sarebbe stata la legge 40 sulla procreazione artificiale, vista come il baratro in cui sarebbero caduti i pro-life per ragioni di oscuro opportunismo politico o per la stanchezza causata dalle precedenti sconfitte, anziché un primo importante passo avanti di una inversione di tendenza. Sono personalmente testimone di quanto poco opportunismo compromissorio abbia sospinto verso l'approvazione della difesa della legge 40 e, viceversa, di quanta fatica sia stata dispiegata per strappare dalla morte un rilevante numero di embrioni che la norma precedente infliggeva nella forma più odiosa della premeditazione. Palmaro non può ignorare il principio di completezza dell'ordinamento giuridico, secondo i! quale tutto ciò che non è espressamente vietato è permesso. Perciò prima della legge 40 mancava sì una legge approvata dal Parlamento, ma esisteva la norma più iniqua di tutti: quella che garantiva a tutti di fare tutto, anche in termini di distruzione di vite umane. In un apposito studio, pubblicato da Sial-lavita e da Medicina e morale, abbiamo indicato persino il numero delle miglìaia di embrioni dei quali la legge 40 ha evitato la morte. Un legge certamente non cattolica, che non deve impedire la spiegazione della ingiustizia della Fivet in sé stessa, ma, ciononostante, un gradino salito. Nessuno può dubitare che l'ideale e la passione dei pro-life, almeno di quelli che aderiscono al Movimento per la vita, si siano annacquati. Anzi, si sono affinati e irrobustiti nel corso degli anni. Persone disposte a lasciarsi ingannare dalia ipocrisia della legge ve ne sono sempre state, magari in perfetta buona fede. Fummo proprio noi a smascherare inganni nei tempi difficili in cui qualcuno vagheggiava che proprio sulla legge 194 si concludesse l'avvicinamento tra pensiero cristiano e pensiero comunista. Ancora oggi non sono pochi coloro che, ora come allora, si lasciano ingannare. Chiamate loro, se proprio volete, neo pro-life…
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