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    Storie di Vita

    la storia – 10 giorni in Ostetricia B

    • gennaio 5, 2015

    Sono stata all’ospedale Sant’Anna di Torino, 3° piano, ostetricia B, dove nascono e muoiono

    bambini. Sono stata lì una decina di giorni e ho incontrato tante mamme: alcune partorivano,

    altre lottavano insieme con il loro bambino perché la gravidanza era a rischio,

    altre attraversavano la porta a vetri in fondo al corridoio con la scritta “Day hospital” per

    abortire. Il primo giorno, nella sala d’aspetto comune, mentre attendevo che mi assegnassero

    un letto, avevo accanto un ragazzo

    che smanettava con i giochi del cellulare. Nella

    mia ingenuità ho pensato che fosse un padre in attesa

    mentre la compagna era a fare il tracciato. Invece

    si è affacciata l’ostetrica, chiedendo chi accompagnasse la

    signora X per l’Ivg. Nessuna risposta. L’ostetrica ripete la domanda

    rivolta a lui, che solleva la testa, la guarda e domanda:

    «Ivg?». L’ostetrica spiega: «Sì, l’interruzione di…» e non termina

    la frase, perché il ragazzo fa un cenno con la testa come a dire «Ah, sì», si alza e la segue. E io penso a lei, sola su quel letto: magari

    piange, magari ci sta ripensando ma non ha nessuno accanto. Intanto arriva un medico che, di buonumore, chiede ad altri medici fuori

    della sala visite: «Chi ha voglia di fare una revisione?». La revisione è quella che un tempo si chiamava raschiamento e che in reparto

    è sinonimo anche di Ivg, perché identifica la pulizia dell’utero sia in caso di aborto spontaneo sia in caso di aborto volontario. E io

    penso che per alcuni medici far nascere o far morire è esattamente la stessa cosa: un atto operatorio e nient’altro.

    Dopo il mio parto cesareo, penso la stessa cosa nella sala dove mettono i pazienti in osservazione in seguito a un intervento, mentre

    mi trovo accanto, a destra e a sinistra, due donne giovani che stanno risvegliandosi dall’anestesia totale: mi chiedo se hanno

    abortito. Insieme alla felicità per aver visto Marta Maria venire al mondo con gli occhi aperti e piangere subito per dirmi «Sono viva!

    », provo un dolore pungente per i bambini che, nelle sale operatorie accanto, sono stati abortiti. Passano altri medici e anestesisti

    che mi salutano, e mi fanno i complimenti per com’è bella la mia bambina, e chiamano le loro pazienti per svegliarle affinché, forse,

    cadano in un nuovo incubo.

    Per tutto il tempo del mio ricovero mi sono chiesta come si possa allo stesso tempo far nascere e far morire ed ho passeggiato spesso

    con la culletta fin oltre quella porta, nella speranza che le ragazze che incontravo vedessero Marta Maria e la mia felicità, e questo bastasse

    a far loro cambiare idea. Franca Ciccarelli

     

    Marta Maria

    e noi ringraziamo

    tutti coloro

    che in questi nove

    mesi

    di attesa e alla

    nascita

    ci sono stati vicini

    con la preghiera

    e con le parole.

    Senza di voi

    questa gravidanza

    non sarebbe stata

    così bella e

    Marta Maria

    così serena.

    Franca e Rodolfo

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