la storia – 10 giorni in Ostetricia B
Sono stata all’ospedale Sant’Anna di Torino, 3° piano, ostetricia B, dove nascono e muoiono
bambini. Sono stata lì una decina di giorni e ho incontrato tante mamme: alcune partorivano,
altre lottavano insieme con il loro bambino perché la gravidanza era a rischio,
altre attraversavano la porta a vetri in fondo al corridoio con la scritta “Day hospital” per
abortire. Il primo giorno, nella sala d’aspetto comune, mentre attendevo che mi assegnassero
un letto, avevo accanto un ragazzo
che smanettava con i giochi del cellulare. Nella
mia ingenuità ho pensato che fosse un padre in attesa
mentre la compagna era a fare il tracciato. Invece
si è affacciata l’ostetrica, chiedendo chi accompagnasse la
signora X per l’Ivg. Nessuna risposta. L’ostetrica ripete la domanda
rivolta a lui, che solleva la testa, la guarda e domanda:
«Ivg?». L’ostetrica spiega: «Sì, l’interruzione di…» e non termina
la frase, perché il ragazzo fa un cenno con la testa come a dire «Ah, sì», si alza e la segue. E io penso a lei, sola su quel letto: magari
piange, magari ci sta ripensando ma non ha nessuno accanto. Intanto arriva un medico che, di buonumore, chiede ad altri medici fuori
della sala visite: «Chi ha voglia di fare una revisione?». La revisione è quella che un tempo si chiamava raschiamento e che in reparto
è sinonimo anche di Ivg, perché identifica la pulizia dell’utero sia in caso di aborto spontaneo sia in caso di aborto volontario. E io
penso che per alcuni medici far nascere o far morire è esattamente la stessa cosa: un atto operatorio e nient’altro.
Dopo il mio parto cesareo, penso la stessa cosa nella sala dove mettono i pazienti in osservazione in seguito a un intervento, mentre
mi trovo accanto, a destra e a sinistra, due donne giovani che stanno risvegliandosi dall’anestesia totale: mi chiedo se hanno
abortito. Insieme alla felicità per aver visto Marta Maria venire al mondo con gli occhi aperti e piangere subito per dirmi «Sono viva!
», provo un dolore pungente per i bambini che, nelle sale operatorie accanto, sono stati abortiti. Passano altri medici e anestesisti
che mi salutano, e mi fanno i complimenti per com’è bella la mia bambina, e chiamano le loro pazienti per svegliarle affinché, forse,
cadano in un nuovo incubo.
Per tutto il tempo del mio ricovero mi sono chiesta come si possa allo stesso tempo far nascere e far morire ed ho passeggiato spesso
con la culletta fin oltre quella porta, nella speranza che le ragazze che incontravo vedessero Marta Maria e la mia felicità, e questo bastasse
a far loro cambiare idea. Franca Ciccarelli
Marta Maria
e noi ringraziamo
tutti coloro
che in questi nove
mesi
di attesa e alla
nascita
ci sono stati vicini
con la preghiera
e con le parole.
Senza di voi
questa gravidanza
non sarebbe stata
così bella e
Marta Maria
così serena.
Franca e Rodolfo







